La religione dopo la secolarizzazione. Modernità, democrazia e forme dell’esperienza religiosa
Nel recente Perché la democrazia ha bisogno della religione, Hartmut Rosa si interroga sulle risorse che l’esperienza religiosa può ancora offrire alla vita democratica, sostenendo che le tradizioni religiose custodiscano forme di esperienza e disposizioni relazionali di cui la democrazia continua ad avere bisogno. Tale contributo è l’ultimo capitolo di un dibattito ben più risalente: quello sul rapporto tra religione e modernità, progressivamente condensatosi attorno alla categoria di secolarizzazione.
Tra Ottocento e Novecento, tale rapporto si è imposto come uno dei problemi centrali dell’autocomprensione delle società occidentali. Prima ancora che la «secolarizzazione» diventasse una categoria teorica unitaria, processi diversi furono indagati attraverso lessici differenti. Da un lato, Weber interpretò le trasformazioni della società moderna attraverso i processi di razionalizzazione e il «disincantamento del mondo»; dall’altro, su un terreno più propriamente genealogico, Schmitt interrogò la persistenza di strutture di origine teologica nelle categorie politiche moderne, mentre Löwith ricondusse le moderne filosofie della storia alla matrice dell’escatologia cristiana. La possibilità di interpretare la modernità attraverso lo schema genealogico della secolarizzazione divenne, a sua volta, oggetto di una fondamentale controversia, culminata nella critica di Blumenberg alla riduzione dei contenuti moderni a trasformazioni di antecedenti teologici.
Sul versante della teoria sociale, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, la secolarizzazione divenne uno dei principali paradigmi interpretativi delle trasformazioni della religione nelle società moderne. In autori come Bryan Wilson, Peter L. Berger e Thomas Luckmann, la modernizzazione fu variamente posta in relazione con la differenziazione delle sfere sociali, la privatizzazione della religione e il declino o la trasformazione delle credenze e delle pratiche.
La crisi di questo paradigma e la crescente difficoltà di assumere la specifica traiettoria delle società occidentali – ed europee in particolare – come modello universale dei rapporti tra modernizzazione e religione hanno aperto, dagli ultimi decenni del Novecento, una nuova stagione di riflessione. Un passaggio decisivo si deve a José Casanova, che in Public Religions in the Modern World (1994), attraverso la categoria di «deprivatizzazione», mise in discussione l’idea che la modernizzazione comportasse necessariamente il confinamento della religione nella sfera privata. Su questa linea, la riflessione di Jürgen Habermas sulla società «post-secolare», avviata in Fede e sapere (2001) e sviluppata negli scritti successivi, ha posto al centro il problema della persistente presenza delle religioni nelle società secolarizzate e delle condizioni del loro rapporto con la ragione pubblica.
Come mostra, da ultimo, la riflessione di Rosa da cui abbiamo preso le mosse, gli sviluppi del mondo contemporaneo conferiscono a questi interrogativi una rinnovata urgenza. Il riemergere di nazionalismi religiosi, il ruolo della fede nella costruzione delle identità collettive e nella legittimazione del potere, il suo peso nei conflitti e negli equilibri geopolitici si accompagnano alle trasformazioni prodotte dalle migrazioni e dal pluralismo confessionale. Al di fuori dell’Occidente, differenti traiettorie storiche e configurazioni dei rapporti tra religione, Stato e società impongono inoltre di interrogare la stessa pretesa universalità delle categorie di «secolarizzazione», «laicità» e «post-secolare», aprendole al confronto con altre forme di modernità e con differenti tradizioni religiose e politiche.
Un ulteriore terreno di indagine riguarda il rapporto tra religione, ritualità e trasformazioni dell’individualismo moderno. La digitalizzazione, ad esempio, radicalizza alcune dinamiche dell’individualizzazione, ma apre al contempo spazi inediti per la formazione di nuove ritualità e forme di appartenenza. La persistenza o la reinvenzione dei riti religiosi pone così la questione della loro capacità di produrre legami, appartenenze e temporalità condivise, sottratte almeno in parte alla razionalità economica e alla frammentazione sociale.
La presenza pubblica della religione sollecita, al tempo stesso, a interrogarsi sulle risorse che le tradizioni e le comunità religiose possono offrire alla vita collettiva. Nella crisi delle culture politiche e nell’orizzonte presentista delle società contemporanee, torna inoltre a porsi il problema della trascendenza e della capacità delle tradizioni religiose di eccedere l’ordine dell’esistente, offrendo linguaggi attraverso cui interrogarne contraddizioni, aporie e promesse incompiute; una possibilità che convive, tuttavia, con la funzione opposta che la religione può assumere nella legittimazione e nella sacralizzazione dell’ordine costituito. Il pluralismo religioso riapre infine questioni centrali per il diritto e la teoria dello Stato: dalla libertà religiosa e di coscienza alla laicità e alla neutralità delle istituzioni, fino al rapporto tra ordinamento statale e normatività religiose.
A partire da queste premesse, la presente call for papers intende promuovere una riflessione interdisciplinare sulle molteplici configurazioni del rapporto tra politica e religione, interrogandone le trasformazioni storiche, le implicazioni teoriche e normative e le manifestazioni contemporanee. Saranno accolti contributi riconducibili alla filosofia politica, morale, delle religioni e del diritto, alla storia del pensiero politico e alle scienze sociali, con particolare attenzione alla pluralità delle tradizioni religiose e politiche e alla varietà dei contesti storici e geografici nei quali tale rapporto assume forme differenti.
Novembre 2026
Il termine di scadenza per la sottomissione degli articoli, da indirizzare a redazione.rivistapolitica@gmail.com, è il 30 giugno 2027.
Lingue: italiano, inglese, tedesco, francese