250 anni dalla Rivoluzione americana: portata storica dell’evento e incidenza culturale di lungo periodo

Eventi come la Rivoluzione francese, o come la Rivoluzione russa, trovano da sempre, nell’immaginario collettivo, una eco che va ben al di là degli effetti dispiegati nel tempo in cui si sono consumati. Ben altra sorte è toccata alla risonanza della Rivoluzione americana, che peraltro buona parte degli storici non riconduce nemmeno alla categoria dei fenomeni rivoluzionari in senso stretto. Eppure la ribellione delle colonie nordamericane al dominio dell’impero britannico è stato indubitabilmente un gesto di portata storica rivoluzionaria: la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 è un documento ispirato alle più innovative idee filosofiche dell’epoca – legge di natura, libertà, eguaglianza e diritti inalienabili di tutti gli uomini –, nutrite da incisivi riferimenti a momenti e autori centrali nel pensiero politico occidentale classico; i sorprendenti sviluppi di quella svolta epocale si dispiegano tuttora a livello globale, malgrado le contraddittorie oscillazioni nelle quali fatalmente gli Stati Uniti d’America sono incorsi, nei confronti del resto del mondo come al loro interno.

Scopo di questa Call è di documentare, verificandone la profonda incidenza culturale, le implicazioni di maggior rilievo nelle dimensioni storico-istituzionali, sociali, politiche e geopolitiche, giuridiche a vario titolo interessate.

10 dicembre 2025

Il termine di scadenza per la sottomissione degli articoli, da indirizzare a redazione.rivistapolitica@gmail.com,

è il 4 luglio 2026

Lingue: italiano, inglese

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Call for papers: Il diritto «imputato». Centenario della nascita di Italo Mancini (1925-1993)

«Per il diritto sembra che le campane suonino a morto. Nessuna attività giuridica sembra sfuggire a questo destino di condanna, né quella del legislatore, né quella del giudice, né quella dell’interprete: come dire autorità dello Stato, attività giudiziaria, vita universitaria nelle facoltà di giurisprudenza. Nessuna delle tre branche in cui si potrebbe articolare la discussione teorica sul diritto [filosofia del diritto, teoria generale del diritto, sociologia del diritto] sfugge a questa volontà di rimozione talora dotta e sofisticata, talora violenta e bruciante, aperta o clandestina» (I. MANCINI, Filosofia della prassi, Morcelliana, Brescia 1986, p. 35).

Sono passati circa quarant’anni da queste lapidarie affermazioni di Italo Mancini: il tempo trascorso non ne ha attenuato la portata, semmai ne ha aggravato il valore di denuncia profetica. A nuove tecnologie sempre più pervasive si tende a riconoscere addirittura la capacità di sostituire il diritto, in alcune delle sue principali funzioni regolatorie; la geopolitica dei rapporti di forza riprende il sopravvento su di un diritto internazionale che sembrava aver acquisito un ruolo centrale nella globalizzazione economico-finanziaria post-1989. Si potrebbe stendere un lungo elenco di fenomeni che registrano un crescente e diffuso depotenziamento del diritto: dalle sue basi teoretiche alle strutture portanti degli ordinamenti e dei sistemi nei quali esso si articola.

Posto, e non indiscutibilmente concesso, che la lettura di una così grave e inquietante crisi del diritto corrisponda in parte o del tutto alla realtà, è da attribuirsi interamente a fattori ad esso esterni se non estranei, oppure ha senso che al diritto stesso, a un certo modo di intenderlo e di praticarlo, vengano imputate dirette responsabilità, presunte o accertabili, in ordine alla progressiva erosione dei suoi spazi di incidenza?

5 aprile 2025

 

Il termine di scadenza per la sottomissione degli articoli, da indirizzare a redazione.rivistapolitica@gmail.com, è il 31 dicembre 2025.

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