Geopolitiche dell’intelligence. In ricordo di Giorgio Galli (1923-2020)

«L’intelligence è la capacità di selezionare le informazioni necessarie per assumere decisioni, nel proprio interesse o in quello generale»: questa la definizione, recentemente aggiornata in una voce espressamente dedicata, che l’Enciclopedia Treccani dà dell’intelligence. In quanto service, l’intelligence si presenta con un esponente strumentale che ne mette in risalto la vocazione all’acquisizione di un complesso, più o meno proceduralizzato secondo criteri variamente precisati, di tecniche. In quanto metodo di acquisizione di elementi informativi, e di conseguente elaborazione e interpretazione di dati, l’intelligence si atteggia a una forma specifica di sapere: una gnosis, da intendersi, secondo il pensiero classico più antico, come l’atto di conoscenza nel suo significato razionale e umano. Una cultura dell’intelligence si qualifica, e si accredita, per una vocazione scientifica che si carica di valenze antropologiche, filosofiche, storiche, psicologiche, pedagogiche, sociologiche, politologiche, giuridiche e, nella misura in cui si propone come una modalità di sapere criticamente informato, condiziona il suo esprimersi in termini di sapere-potere alle prese con quelle tecnologie di acquisizione, controllo e trasmissione dei dati che realizzano la «rassicurante autorità dell’universale» che, per Hegel, presiede alla tutela della sicurezza della sussistenza e del benessere dei singoli all’interno di uno Stato.
La realtà culturale, sociale, internazionale contemporanea richiede di essere studiata in una prospettiva epistemologica (almeno tendenzialmente) integrata: la geopolitica sembra offrire, in tal senso, una chiave d’accesso privilegiata. L’impostazione e lo sviluppo di una geopolitica non – funzionalmente – per l’intelligence, ma dell’intelligence può portare un utile contributo alla fondazione di una teoria dell’intelligence come scienza, oggi alle prese con una conversione di paradigma: dalla «segretezza» – in deroga al principio di trasparenza nelle attività amministrative (uso dei fondi, accesso, visibilità delle azioni etc.) – alla sicurezza. Una geopolitica declinabile in base a un indirizzo storico-sociale (in particolare: storico-militare), piuttosto che storico-ideale, o economico, o religioso, o filosofico-sociale, si mostra dotata di tutte le credenziali idonee a stabilire nessi fondativi ed ermeneutici tra un livello teorico di problematizzazione dei saperi e un livello pratico di applicazione di principi e linee metodologiche. «Intelligenza» (non artificialmente, ma «naturalmente») geopolitica vuole che, pur in presenza di una unità (almeno tendenziale, e comunque ancora incerta) dello statuto disciplinare, le geopolitiche siano tante quanti sono i punti di osservazione condizionati dalle determinanti geografiche: è proprio vero che «guardare ai Balcani da Copenaghen o da Roma, occuparsi delle isole Spratly da Pechino o da Parigi, studiare le strategie dei fondi sovrani da Tokyo o da Il Cairo non è la stessa cosa» (L. CARACCIOLO, Geopolitica per l’intelligence, in «Gnosis», 3/2013, p. 65). Il «valore – conoscitivo – aggiunto», le risorse che geopolitiche dell’intelligence possono apportare alla ricerca in materia, come in generale, sul piano più direttamente operativo, alla configurazione delle politiche della sicurezza nei vari ambiti interessati (interno, esterno, sanitario, ambientale,
finanziario, marittimo e aeronautico, geospaziale, delle comunicazioni, solo per nominarne alcuni, relativi alle grandi infrastrutture), sono peraltro segnalati da recenti interventi di autorevoli studiosi, che attestano una sempre più feconda interazione tra differenti approcci disciplinari (cfr. G. GALLI, M. CALIGIURI, Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020; A. GIANNULI, Coronavirus: globalizzazione e sevizi segreti. Come la pandemia ha cambiato e cambierà l’ordine mondiale, Ponte alle Grazie, Milano 2020).
Se, per esempio in Italia, la dimensione prevalentemente «interna» del terrorismo politico degli Anni di piombo ha registrato un interesse all’intelligence circoscritto a un contesto «locale», sia pure sullo sfondo di una Guerra fredda di dimensioni mondiali, la portata globale delle crisi e dei conflitti odierni registra l’incidenza di un’attenzione molto più ampia, per le poste in gioco implicate in un più complessivo ripensamento delle basi stesse dell’ordinamento democratico dell’Occidente, e dell’ordinamento delle relazioni internazionali, all’orizzonte del riproporsi, non tanto e non solo delle Creedal Identities secondo Fukuyama – e degli aspetti emozionali eventualmente implicati –, quanto, anche in termini di proiezione di potenza, degli Stati-civiltà (per usare una locuzione, di derivazione huntingtoniana, cara a Christopher Coker) come attivi soggetti di Storia, accanto agli Stati-nazione, se non al di sopra di questi. Ambientare una riflessione sull’intelligence in prospettiva geopolitica significa interrogare le grandi tradizioni culturali in argomento (le più antiche, come quelle anglosassone, francese, tedesca, solo per citarne alcune dell’area europea, senza ovviamente trascurare quella nazionale; le più recenti, come quella israeliana), dietro la sollecitazione dettata dalle questioni – ecologiche, sociosanitarie, quelle relative alla protezione dei dati, etc. – all’ordine del giorno del dibattito scientifico-culturale e politico-culturale.

Il termine di scadenza per la sottomissione degli articoli, da indirizzare a redazione.rivistapolitica@gmail.com, è il 30 settembre 2021.

Lingue: italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo

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